Acqua: gestione globale e sfide locali

 

30 novembre 2018

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L’acqua tra gestione globale e sfide locali

" Isaura, città dai mille pozzi, si presume sorga sopra un profondo lago sotterraneo. Dappertutto dove gli abitanti scavando nella terra lunghi buchi verticali sono riusciti a tirar su dell’acqua, fin là e non oltre si è estesa la città: il suo perimetro verdeggiante ripete quello delle rive buie del lago sepolto, un paesaggio invisibile condiziona quello visibile, tutto ciò che si muove al sole è spinto dall’onda che batte chiusa sotto il cielo calcareo della roccia. Di conseguenza religioni di due specie si dànno a Isaura. Gli dei della città, secondo alcuni, abitano nella profondità, nel lago nero che nutre le vene sotterranee. Secondo altri gli dei abitano nei secchi che risalgono appesi alla fune quando appaiono fuori della vera dei pozzi, nelle carrucole che girano, negli argani delle norie, nelle leve delle pompe, nelle pale dei mulini a vento che tirano su l’acqua delle trivellazioni, nei castelli di traliccio che reggono l’avvitarsi delle sonde, nei serbatoi pensili sopra i tetti in cima a trampoli, negli archi sottili degli acquedotti, in tutte le colonne d’acqua, i tubi verticali, i saliscendi, i troppopieni, su fino alle girandole che sormontano le aeree impalcature d’Isaura, città che si muove tutta verso l’alto." (Calvino I., Le città invisibili, Mondadori, 1993)

 

L’acqua non è un bene come gli altri: è speciale. Si muove, cambia; è indispensabile, insostituibile. Si dice “l’acqua è vita”: la troviamo all’interno del nostro organismo, è anello imprescindibile del processo di fotosintesi, è incorporata nei territori ed è agente modellante i paesaggi che ci circondano. Per questo non può essere trattata come gli altri beni o risorse dal solo punto di vista delle sue ricadute esclusivamente economiche, come mero oggetto di scambio. Eppure è proprio l’approccio dominante: l’acqua non è più trattata come bene comune, nel suo valore universale, ma come risorsa “privata” finalizzata alla costruzione di un utile; come pure la sua disponibilità non è più un diritto. La sfida è di riportare l’attenzione sul fatto che l’acqua è un bene comune e la sua disponibilità un diritto di tutti e tutte. La questione è il cuore dell’obiettivo 6 dell’Agenda 2030 “Acqua pulita e servizi igienico-sanitari” che ha la finalità di garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie. È un problema mondiale in quanto ancora 2 miliardi di persone vivono sotto stress idrico cioè vivono in un paese che non ha sufficienti risorse idriche rinnovabili a causa di guerre, inquinamento, aumento delle temperature, sprechi sistematici o insufficienti sono i servizi igienico-sanitari, e anche italiano dove le carenze idriche sono emergenza nazionale.

Se guardiamo al nostro territorio, la storia delle relazioni tra l’uomo e l’acqua sono segnate da progetti di separazione, di allontanamento tra le due storie: le nostre acque di superficie scorrono all’interno di alvei arginati che sono in buona parte artificiali, sono contenute in “laghi” anch’essi in buona parte artificiali, raggiungono le nostre case scendendo lungo tubature e se ne escono attraverso un intricato sistema fognario. Sembra che tutto funzioni alla perfezione in un quadro di controllo territoriale armonico e razionalmente coordinato e che tutto sia sempre stato così.

La storia di questa relazione di controllo è antica, ma la configurazione che noi viviamo oggi è recente, perlomeno in Italia ed è legata alla storia della bonifica. Quando nasce il nostro territorio idraulico? Con l’Unità d’Italia, circa centocinquanta anni fa quando il paese era ancora occupato da vaste aree paludose (oggi definite aree umide e protette dalla Convenzione internazionale di Ramsar del 1975). Si trattava di zone afflitte dalla malaria, insalubri e “poco produttive”. Il loro prosciugamento era l’obiettivo di uno stato nascente che sulla terra avrebbe costruito il suo progetto di sviluppo. Generosi sono stati i contributi ai proprietari fondiari durante il periodo tra le due guerre per investire in pompe idrovore e in agricoltura. L’area padana (lungo il Po, lungo quasi tutto l’Alto Adriatico dal Delta del Po alle coste friulane e verso sud fino alla Puglia, l’area dell’Agropontino, la Maremma, la Sicilia e la Sardegna furono interessate dagli interventi di bonifica che si protrassero fino agli anni Sessanta del secolo scorso. Questa data segna anche il declino della civiltà contadina e della domande di terra da coltivare sulla spinta del processo di industrializzazione e dell’attrazione di una vita migliore offerta dai centri urbani.

La rete potabile e fognaria ha una storia parallela a quella della bonifica, costruita nelle città principali negli ultimi venti anni del XIX secolo, gestita anch’essa in buona parte a livello pubblico e sviluppatasi soprattutto per iniziativa delle amministrazioni comunali che hanno portato a compimento la sua estensione fin in tempi recenti. Nei primi anni 2000, l’Italia ha legittimato con una legge (la finanziaria del 2002) l’ingresso delle aziende private nella gestione del servizio acquedottistico.

Per quanto riguarda invece fiumi e torrenti non di pianura, la storia di “regimentazione” ed “ingabbiamento” è iniziata nei primi decenni del Novecento: invasi, canali e condotte hanno generato una modifica del sistema idrologico in funzione delle esigenze dell’uomo.

Il lavoro di trasformazione territoriale e di costruzione del paesaggio idraulico così come lo conosciamo si è protratto con una certa intensità fino al 1960. Da allora ad oggi si sono susseguiti da un lato lavori di manutenzione ordinari e dall’altro l’uomo si è trovato a far fronte ad una serie di disagi, vedi anche di forte intensità, legati agli interventi di manipolazione delle acque che si sono ininterrottamente susseguiti nel corso di un secolo e mezzo. Si tratta del dissesto idrogeologico, dell’inquinamento delle acque di superficie e sotterranee, delle esondazioni e delle alluvioni, ma anche delle insufficienze dell’acqua potabile inquinata in alcune aree da residui di diserbanti legati alle coltivazioni intensive (riso, mais), effettivamente carente in una decina di Regioni italiane le quali proprio nell’estate 2017 hanno dichiarato lo stato di calamità o sprecata. L’acqua che sprechiamo in un anno potrebbe servire circa dieci milioni e mezzo di persone.

La natura delle cause di questa situazione è complessa, ma possiamo riferirci a due principali tendenze. La prima è quella che vede i cambiamenti climatici tra i responsabili del fenomeno della scarsità; la seconda è legata al persistere, in molte aree del Paese, di una incapacità gestionale delle risorse idriche. Non a caso abbiamo una disponibilità teorica d’acqua che non coincide con quella effettiva: il sistema infrastrutturale esistente fa acqua da tutte le parti, con un notevole spreco di risorsa, e la natura irregolare dei deflussi non aiuta, come pure non aiuta la tendenza alla riduzione dei ghiacciai.

Su questi dati è interessante interrogare i rapporti sul Capitale Naturale emanati dal Ministero dell’Ambiente. Anche l’ISTAT ci aiuta a capire la situazione. Secondo il censimento delle acque per uso civile, nel 2015 la quantità di acqua potabile per usi autorizzati erogata per abitante al giorno era di 220 litri di acqua, 21 litri in meno rispetto al 2012. Si è andati diminuendo in termini di distribuzione e aumentando in termini di dispersione: oltre il 41% dell’acqua che entrava nelle tubature è andato disperso (vetustà della rete, rotture, ecc.). Un peggioramento significativo rispetto al 2012 quando le perdite totali erano pari al 37,4%.

Cosa fare quindi? Assistere impotenti, senza speranze e progetti per il futuro, attendendo che gli eventi seguano un corso a prescindere dalla nostra azione o farsi portavoce e attivi protagonisti di una gestione che ha anche a che fare con la nostra vita? Lottare per i diritti, assumere posizioni coerenti e testimoniarlo, vivere portando avanti degli ideali anche controcorrente non è sempre frustrante. Ci sono casi che hanno vinto le loro battaglie. È necessaria però un’azione integrata tra movimenti dal basso e istituzioni, tra potenzialità tecnologiche e scientifiche e conoscenze tradizionali. A monte è fondamentale, per riuscire nell’intento, riportare l’acqua al suo statuto di “bene comune” sottraendola al dominio della merce e porre l’attenzione sul fatto che l’accesso a questa risorsa deve essere considerato un diritto per tutti e tutte. Siamo ben lontani dal dire che lo sia effettivamente a prescindere dalla capacità contributiva di ognuno; per questo è importante farsi carico di questa sfida.

“L’acqua tra gestione globale e sfide locali”: introduzione di Sara Bin “L’approccio dell’ecologia politica”: intervento di Andrea Zinzani descrizione del progetto “Acqua buona per tutti”: intervento di Fabiana Nardin
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