Costruire e abitare città inclusive

16 Marzo 2020 ………………………………………………………………………………………………………………………………………………

E se volessimo raccontare la nostra storia, la nostra biografia, non attraverso una linea cronologica di eventi che si susseguono nel tempo, bensì secondo una serie di luoghi che si collocano uno dopo l’altro (o forse, meglio, uno accanato all’altro) su una mappa?

In un suo articolo dal titolo The mapasbiography, “La mappa come biografia” appunto, nel 1987 il geografo J. B. Harley provava ad ipotizzare una visualizzazione cartografica delle proprie esperienze di vita. Come se, per una volta, provassimo a rispondere alla domanda “chi siamo”, non tanto a partire da una serie di eventi, quanto a partire da un’altra domanda: “da dove veniamo?”. A quel punto tante altre domande sorgerebbero spontanee: “dove siamo stati?”, “dove ci troviamo?” ora, in questo preciso istante, e magari addirittura “dove vorremmo andare?”, quali sono i nostri progetti, sogni, le nostre aspirazioni per il futuro.

Non quando, ma dove, appunto. Per disegnare la nostra mappa potremmo così decidere di partire dal luogo in cui ci troviamo, ora, nel momento in cui teniamo la matita in mano. Se siamo a scuola, la nostra mappa potrebbe decidere di spostarsi a ritroso, verso casa, da dove siamo usciti la mattina, dopo esserci lavati i denti, prima di inforcare la bici, salire in auto o sul bus per raggiungere l’aula, e iniziare la lezione. Magari, a quel punto, pensando alla nostra casa, potrebbe venirci in mente che non abbiamo sempre abitato lì, ma che qualche anno fa vivevamo un paio di vie più in là, o forse addirittura in un’altra città. Lì, i nostri vicini avevano altri nomi, i nostri tragitti quotidiani erano altri, eppure la memoria di quei luoghi, di quelle persone, di quelle relazioni, rimane impressa nei nostri ricordi e ci aiuta a definire chi siamo, qui ed ora.

A questo punto, alla mappa dei ricordi potremmo aggiungere altri luoghi cari, come per esempio quel bar in cui mangiavamo quel cornetto alla crema che ci piaceva tanto, oppure quella panchina nel parco in cui andavamo a giocare con gli amici, o magari la casa della nonna, dove abbiamo imparato a conoscere il passato della nostra famiglia. Forse, a quel punto, sulla mappa, dovremmo segnare i luoghi da cui i nostri nonni sono partiti, per cercare fortuna, lavoro, per andare a studiare o per inseguire un amore. Saremmo costretti a viaggiare, non soltanto nel tempo, ma anche nello spazio, partendo dal luogo sulla mappa che indicava la casa della nonna, aggiungendo altri punti, altri luoghi.

Se la guardiamo ora, la nostra mappa è fatta di puntini colorati, che indicano i luoghi che abbiamo abitato, conosciuto, amato, lasciato, visitato, attraversato; ma è fatta anche delle linee che congiungono quei puntini, che indicano i viaggi, le traiettorie, ma anche le relazioni, le persone, gli incontri, i legami affettivi che legano un luogo all’altro. Una volta finito di tessere questa intricata trama spaziale, sperando di non esserci , potremmo tornare allora al punto di partenza, qui ed ora.

Potremmo, qui ed ora, decidere di guardarci intorno, per scoprire che in questo stesso luogo non siamo soli, ma ci sono altre persone intorno a noi, magari amici, colleghi, magari insegnanti, familiari, addirittura sconosciuti. Anche loro tengono in mano mappe colorate, reti intricate di luoghi e relazioni e viaggi che li hanno portati qui, insieme a noi, ad incontrarci in questo luogo. Sembra che le nostrepersi identità, così come l’identità del luogo in cui co-abitiamo tutti insieme, siano fatte non tanto del puntino che segna la nostra posizione fissa, quanto piuttosto di tutti quei fili, intricati, ingarbugliati e inestricabili che si intrecciano su una mappa plurale, collettiva, aperta, e in costante movimento.

Giada Peterle, geografa, ricercatrice e docente di Geografia Letteraria presso l’Università degli Studi di Padova

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